Quando togliere il “se” diventa l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere.

Nell’ultima newsletter di MammeComeNoi ho iniziato così:

Anzitutto mi preme subito dirti che se non leggi tutta questa email fino alla fine e non mi metti un like, io la prossima volta non ti scrivo più niente. Davvero.

Ieri sera ho detto a mio marito:
“Se non butti la spazzatura, niente bacio della buonanotte.”
E mentre ci siamo…
“Se non rifai il letto domattina, non ti preparo il caffè. E neanche ti guardo.”

Poi ho pensato a nuove regole da applicare nel nostro matrimonio:

  • Se non ti ricordi di comprare il latte, non ti aggiorno più sul gruppo dei genitori.
  • Se lasci ancora i calzini sul divano, elimino l’account di Dazn.
  • Se lasci il tappo del dentifricio aperto, disattivo la nostra playlist su Spotify.

Esatto. Tutto a condizione che.

E ho iniziato a farlo anche con amiche e colleghe:

  • Se mi aiuti con quel file, allora ti passo il mio contatto. Se no, arrangiati.
  • Se quando mi chiami al telefono non ti lamenti, allora è tutto ok. Altrimenti diventi un problema.
  • Se oggi in riunione dici le cose giuste, ti offro il pranzo. Altrimenti ognuna per sé.

Beh, magari qualcuno oggi si comporta davvero così…
ma sono certa (o almeno lo spero!) che per la maggior parte di voi tutto questo suoni assurdo.
Giusto?

Ma con i nostri figli… lo facciamo davvero (“amore” condizionato)

Ora prendiamo fiato. E torniamo a casa.
A quando diciamo:

  • “Se non fai il bravo, Babbo Natale non viene.”
  • “Se fai i compiti, domani andiamo al cinema.”
  • “Stasera ti sei comportato male, quindi niente coccole.”

Tutto a condizione che.

E allora mi fermo un attimo.
E mi chiedo: quando è che abbiamo deciso che l’amore va meritato?
Che si misura. Che si dosa.
Che si può anche togliere — o congelare — se l’altro non fa “la cosa giusta”.

Nella società, e di riflesso anche a casa, sembra quasi che tutto funzioni sul principio del premio o della punizione.
Siamo cresciuti così.
Con frasi come: “Mi hai deluso”, “Se fai così non ti voglio più bene”, “Comportati bene o non avrai questo o quello”.

Ce le portiamo dentro da quando eravamo piccoli.
E spesso, senza accorgercene, le ripetiamo ai nostri figli.

Forse perché nessuno ci ha mai insegnato ad amare senza condizioni.
A non usare l’amore come leva, come premio, come minaccia.

Solo che loro — i bambini — lo sentono tutto.
Non il nostro intento. Ma il messaggio sotto:

“Ti amo se fai il bravo.”
“Ti abbraccio se mi rendi felice.”
“Ti guardo se rispondi bene.”
“Ti ascolto se non mi deludi.”

E quel “se” si incolla addosso.
Come una condizione da portare anche da grandi, con le persone che incontreranno.
Con se stessi.

E allora proviamo a cambiare linguaggio.
A togliere il “se”.
A dire:

“Ti amo. Punto.”
“Ti vedo, anche quando fai fatica.”
“Ti tengo vicino, anche se oggi è no.”
“Ci sono. Anche quando non capisco.”

Perché l’amore vero è quello che non ha condizioni.
Ed è quello che resta dentro per sempre.
E lo imparano da noi.

E poi arriva la Pasqua a ricordarci tutto

Un’ultima cosa, prima di salutarci.

A volte ci viene da pensare:
“Ma io do tanto a mio figlio, possibile che non possa almeno comportarsi bene?”
“Ma se non impara le conseguenze ora, quando le capirà?”
“Ma un minimo di rispetto lo deve guadagnare!”

E ci sembra giusto, anche logico.
Ma poi arriva l’assurdo di Pasqua.

Gesù, sulla croce, non ha detto: “Padre, perdonali se si pentono.”
Ha detto:
“Padre, perdonali. Non sanno quello che fanno.”

Senza condizioni.
Senza garanzie di essere capito, ringraziato, ricambiato.

Lì, nel momento più buio, ha mostrato cos’è l’amore.
Non roba per deboli.
Ma per chi sa che l’amore non è premio. È dono.

E se Lui ha potuto amare così, persino chi lo stava uccidendo,
allora anche noi possiamo fare un passo:

scegliere, un giorno alla volta, di togliere le condizioni dal nostro amore.

Dire a un figlio “ti voglio bene” anche dopo che ha fatto qualcosa che non vorremmo,
non significa rinforzare un comportamento sbagliato – come tanti vorrebbero farci credere.

È, invece, il gesto più rivoluzionario che possiamo fare.

Perché la vera trasformazione non nasce dal senso di colpa,
ma dalla certezza di essere amati. Anche nei nostri momenti peggiori.

È lì che inizia la crescita.
Quella vera.

Buona rivoluzione d’amore.
Milena Mattiacci 

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