Al cinema, tutto è magia: le luci si abbassano, lo schermo si accende e per un po’ di tempo si entra in un altro mondo. Anche per mia figlia Camilla, cinque anni, è così.
Questa volta il film era Biancaneve. La storia, i colori, la dolcezza e la determinazione della protagonista l’avevano completamente rapita.

L’attenzione di Camilla, però, stavolta non è rimasta solo sul film. Già da subito era stata catturata anche da un oggetto esposto un po’ ovunque, proprio all’altezza degli occhi dei bambini.
Tra i vari gadget, ce n’era uno in particolare: un bicchiere colorato, decorato con Biancaneve, che sicuramente aveva già notato tra le mani di altri bambini.

Al termine del film, perentoria arriva la richiesta:

“Mamma, lo voglio! Prendiamolo.”

La mia risposta è stata semplice, carica di emozioni che in quel momento non riuscivo nemmeno a decifrare. È stata altrettanto diretta:

“No, non ci serve.”

E in un attimo, la magia si è spenta.

Camilla si è irrigidita, ha abbassato lo sguardo. Un’espressione tesa, trattenuta, che poi è esplosa in rabbia. Un crescendo emotivo che mi ha colto alla sprovvista.

Dentro di me sentivo di aver dato un “no” giusto… eppure qualcosa non tornava.

Ho pensato subito al tempo che avevo dedicato a quel pomeriggio insieme, al desiderio che avevo già cercato di esaudire portandola al cinema, alle patatine e ai popcorn mangiati durante il film…
E poi ho iniziato ad arrabbiarmi anche io. E non era solo verso Camilla.

Ma non mi era del tutto chiaro. Tra poco te lo spiego.

Sta di fatto che quel “no” ha dato il via a un momento davvero difficile, per entrambi.

Il giorno dopo, però, mi sono detta che non volevo restare lì, in quella nube bassa che il giorno prima aveva lasciato intorno a noi. Fatta di pensieri stanchi e confusi:

“È una capricciosa”; “Ho sbagliato ad alzare la voce” ; “È piccolina, ha solo cinque anni, potevi essere più accondiscendente”; “Ma non può vincere sempre lei”.

Quelle frasi che si rincorrono nella testa e ti tirano da due lati opposti: da una parte i sensi di colpa, dall’altra la rabbia per quella che ti sembra un’ingratitudine.

Così, con fatica, ho provato a riguardare quella scena da un’altra prospettiva. Sentivo che era importante capire non solo cosa era successo dentro Camilla, ma anche dentro di me.

Ed è qui che entra in gioco Marshall Rosenberg con la sua Comunicazione Non Violehttps://cnvc.org/nta (CNV), che ci invita a chiederci cosa è vivo in una persona, in ogni stato emotivo, per riportare chiarezza dove prima c’era solo confusione.

Sentimenti e bisogni di una bambina di cinque anni

Per un adulto, quel bicchiere è solo un oggetto di plastica, parte di una strategia di marketing ben costruita.
Per una bambina di cinque anni, invece, è molto di più.

In quel momento, Camilla potrebbe aver provato un mix di tristezza, poi frustrazione, e infine rabbia.

Il giorno dopo ho approfondito, ho letto, mi sono fermata a riflettere…

E quei sentimenti mi hanno portato a mettere a fuoco alcuni bisogni che, in quel momento, Camilla poteva stare vivendo:

  • il bisogno di autonomia e di espressione – desiderava poter decidere da sola cosa comprare e a cercare modi per affermarlo;
  • il bisogno di essere riconosciuta e considerata – sentire che la sua voce conta, che ciò che desidera viene ascoltato e preso sul serio, anche se la risposta è un “no”;
  • il bisogno di gioco e immaginazione – quel bicchiere era un’estensione del film, un modo per continuare a viverlo anche a casa;
  • e sì, anche il bisogno di bellezza – perché era colorato, brillante, piacevole da guardare e da avere.

A cinque anni, tutto questo non si dice con le parole, si vive nel corpo, negli occhi che prima brillano di gioia… e poi diventano lucidi, fino a trasformarsi in occhi arrabbiati.

E io? Avevo bisogno anche io di qualcosa

In quel momento, mentre Camilla insisteva per quel bicchiere con Biancaneve sorridente stampata sopra, dentro di me stava accadendo altro. La mia pazienza era già stata messa alla prova da tutto quello che ruotava attorno al film:

La cassiera vestita da Biancaneve, il menù con popcorn e patatine “magici” a prezzi esagerati, le bibite con gadget a tema, i pacchetti confezionati apposta per attirare lo sguardo dei bambini e il portafogli degli adulti. E poi ancora: le pubblicità, lunghissime, piazzate prima del film, come se l’attesa dovesse diventare parte dell’intrattenimento obbligato.

Vecchietta con viso celato da copricapo rosso che porge la mela avvelenata a Biancaneve

Tutto mi sembrava studiato per spremere i genitori, per trasformare un momento semplice in una trappola commerciale. Così, quando Camilla ha chiesto quel bicchiere, non ho risposto a lei. Ho risposto al fastidio che avevo dentro.

Mi sentivo spazientita, infastidita. Avrei voluto solo godermi un momento con mia figlia, senza sentirmi bersaglio di una strategia di vendita.
Avevo bisogno di semplicità, di autenticità. In contrapposizione con il messaggio forzato che, di nascosto, senza che ce ne accorgiamo, dice a noi genitori (e ai nostri figli) che dobbiamo sempre comprare qualcosa per vivere un’esperienza speciale.

Ma in quel momento non ho detto nulla di tutto questo.
Ho solo detto: “no.” E Camilla ha percepito un muro in cui si infrangevano i suoi bisogni.

E poi? Tutto è precipitato.

Perché diciamocelo: non sempre riusciamo a restare lucidi. Non sempre ci ricordiamo dei bisogni, della CNV, della respirazione profonda. A volte siamo stanchi, nervosi, affaticati da mille pensieri.
E a volte… basta una goccia. Nel nostro caso, quella goccia era un bicchiere di plastica.

Camilla ha iniziato a urlare. Io anche.
La pazienza è finita in frantumi, come se fosse fatta di vetro sottile.

Non c’è stato spazio per la connessione, solo tensione.
Un comportamento che – se fossimo stati osservati da fuori – avremmo chiamato “indecoroso”.

E Di chi è la colpa? Di nessuno. Basta con la colpa. Non serve a niente.
Non restituisce il tempo, non raddrizza gli errori, non cura il cuore.

Se ti stai chiedendo: E allora, cosa dovremmo fare?

Non sto scrivendo questo articolo per dire come si deve fare… Non voglio dirti che avrei dovuto contare fino a dieci, o accogliere con voce dolce, o spiegare l’economia familiare a una bambina di cinque anni. Né che si deve restare calmi davanti a una bambina quando calmi non lo si è per motivi personali…
Bla bla bla…

Questo non è un manuale, è un po’ come uno specchio. Per me. Per te che leggi.

Scrivo solo per portare a galla quello che spesso non vediamo bene:

  • la frustrazione quando vorremmo solo vivere un momento semplice con i nostri figli,
  • la tristezza quando non ci riusciamo,
  • la fatica di tenere insieme il nostro bisogno di coerenza con quello di tenerezza,
  • e la voglia – profonda – di ritrovare un legame vero, anche dopo un momento no.

Lì dentro – in quel caos – anche se da fuori sembravamo due pazzi, c’eravamo entrambi: io e mia figlia, con i nostri sentimenti, i nostri bisogni e desideri. Se riuscissimo a vederli (noi adulti, chiaramente) e a farli emergere – senza filtristaremmo tutti un po’ meglio.

Guardare i sentimenti e i bisogni di entrambi mi ha aiutato a fare chiarezza. Mi ha riconnessa a me stessa e a mia figlia.

Ed è anche per questo che, prima o poi, ti parlerò meglio di questa CNV – Comunicazione Non Violenta.
Perché tra tutte le azioni disfunzionali che mettiamo in atto ogni giorno, ce n’è una che spesso ci sfugge: l’incapacità di connessione, con ciò che è vivo dentro di noi e dentro l’altro, anche quando si comporta in un modo che non capiamo.

Dietro quel litigio tra me e Camilla c’era un mondo – quello che ti ho raccontato.
E quando non restiamo a contatto con quel mondo, quando non lo vediamo, le cose diventano una salita.

E io, ogni tanto… anzi, un po’ più spesso, vorrei andare in discesa.

di Milena Mattiacci – Founder di MammeComeNoi. Clicca qui per leggere le altre newsletter inviate

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