Diventare mamma e non riconoscersi più: cos’è la matrescenza e come affrontare i cambiamenti emotivi e di identità dopo il parto.
Quando nasce una madre
Si dice che con un figlio nasce anche una madre. Lo si dice con dolcezza, quasi fosse un passaggio naturale, che avviene da sé. Come se bastasse partorire per sapere chi si è diventate.
Poi arrivano le prime settimane. Le notti spezzate, la casa che non assomiglia più alla propria, il corpo che risponde in modo nuovo. E dentro, qualcosa che non trova parole.
Molte donne lo descrivono così: amano il proprio bambino con un’intensità che non conoscevano, e allo stesso tempo si sentono perse. Come se la persona che erano fosse rimasta dall’altra parte di una porta. E come se non fosse lecito sentirne la mancanza.
Matrescenza: la trasformazione emotiva e psicologica della maternità
Negli anni Settanta l’antropologa Dana Raphael diede un nome a questo passaggio: matrescenza. Una parola costruita sul modello di adolescenza, per indicare un cambiamento altrettanto profondo, che coinvolge il corpo, l’identità, le relazioni, il modo di stare al mondo.
Eppure, a differenza dell’adolescenza, la matrescenza viene raramente riconosciuta. Alle neomamme si chiede di “tornare come prima”: in forma, attive, serene, grate.
Così la fatica di ritrovarsi viene letta come un problema da correggere. E non come il segno di una trasformazione in corso.
La corazza del “faccio tutto io”: perché è difficile chiedere aiuto
Nel lavoro con le neomamme ritorna spesso la stessa immagine. Donne forti, capaci, abituate a cavarsela da sole. Donne che hanno sempre tenuto tutto sotto controllo e che, di fronte al caos di un neonato, sentono il terreno mancare.
La risposta più istintiva è stringere i denti. Fare di più. Non chiedere. Occuparsi di tutto e di tutti.
Ma dietro il “faccio tutto io” raramente c’è solo efficienza. Spesso c’è una regola imparata da bambine: che per essere amate bisogna essere brave, che chiedere espone al rifiuto, che fidarsi dell’altro è un rischio.
Così la stanchezza diventa rabbia. La coppia si trasforma in una contabilità silenziosa di chi fa cosa. E la sensazione più diffusa è quella di sentirsi sole, anche in due.
La maternità non crea queste ferite. Le rende visibili.
Sentirsi perse dopo il parto: attraversare il cambiamento, non resistere
Ogni trasformazione chiede di essere attraversata. Non corretta, non accelerata, non nascosta.
Ma attraversarla da sole, nel mezzo delle notti insonni e delle giornate senza pause, è difficile. Si finisce per cercare continuamente il perché di ciò che si prova, invece di concedersi di sentirlo.
Serve uno spazio in cui fermarsi. Guardare ciò che sta accadendo, senza giudizio. E poi scegliere, a partire da sé e non da ciò che ci si aspetta da una “brava madre”.
Spesso tutto comincia da un episodio piccolo: una discussione con il partner, un pianto che è sembrato insopportabile, una sera in cui ci si è sentite invisibili.
E la tentazione è dirsi: passerà. È solo una fase. Quando il bambino dormirà di più, quando tornerò al lavoro, quando sarà più grande, tutto tornerà a posto.
Ma il postparto non è una fase. È un passaggio. Una fase finisce e ci riporta al punto di partenza. Un passaggio ci porta altrove, e da lì non si torna indietro.
In questi mesi si sta riscrivendo chi si è: come donna, come compagna, come figlia della propria madre. Si stanno decidendo, spesso senza accorgersene, il posto che si occupa in famiglia e quello che si lascia a sé stesse.
Se si aspetta che passi, quel passaggio avviene comunque. Solo che lo si subisce, invece di sceglierlo. E ciò che non viene guardato non sparisce: si sedimenta, e diventa il modo in cui si vivrà la maternità negli anni a venire.
Maternità e bisogni emotivi: due bambini nella stessa stanza
C’è qualcosa che nel postparto accade spesso, e di cui si parla poco.
Un neonato ha bisogno di tutto. Di essere tenuto, guardato, consolato. Continuamente.
E dentro ogni madre c’è anche la bambina che è stata. A volte è una bambina che non è stata vista abbastanza. Che ha imparato presto a cavarsela da sola, a non disturbare, a essere brava.
Quando il neonato piange e chiede, quella bambina si risveglia. E, senza fare rumore, dice: e io?
Da qui nascono reazioni che sorprendono e fanno sentire in colpa. L’insofferenza davanti a un pianto che non si ferma. La sensazione di essere invase. Il bisogno di scappare, anche solo per dieci minuti. La rabbia verso il partner, che sembra non accorgersi di nulla.
Non è mancanza d’amore. Sono due bisogni che si incontrano nello stesso momento: quello del figlio, e quello della bambina che una madre è stata. Riconoscerlo è già il primo passo per smettere di combattersi.
Supporto psicologico dopo il parto: perché non aspettare di crollare
Di solito una madre chiede aiuto quando non ce la fa più. Quando i litigi sono diventati quotidiani, quando la stanchezza si è trasformata in irritazione costante, quando si è convinta che il problema sia lei.
Ma i primi mesi dopo la nascita sono il tempo in cui tutto si sta ancora formando. È adesso che prendono forma gli equilibri della coppia: chi si occupa di cosa, chi chiede e chi aspetta di essere visto. È adesso che si costruisce il modo di rispondere al pianto di un figlio. È adesso che l’idea di mettere sempre i propri bisogni per ultimi rischia di diventare normalità.
Lavorarci in questa fase è più leggero. Non si tratta di smontare anni di abitudini consolidate, ma di costruire mentre si cammina.
Nessuna donna aspetta il travaglio per imparare a respirare. Allo stesso modo, non serve arrivare allo stremo per concedersi uno spazio in cui ritrovarsi.
Ritrovare se stesse dopo la maternità: un passaggio da abitare
Forse la domanda non è quando tutto tornerà come prima. È chi si desidera diventare, adesso che niente è più come prima.
La maternità non chiede di cancellarsi, né di resistere in silenzio finché passa. Chiede di essere abitata, con tutto ciò che porta con sé.
di Elisa Regent
Se ti sei ritrovata in queste parole…
Non attraversare questo passaggio da sola. Parlarne con qualcuno che conosce da vicino questo momento può aiutarti a viverlo con più consapevolezza.
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